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Una festa, della parola e quindi del corpo. Perché la parola che intendiamo festeggiare è quella che proviene dal corpo e che dice del corpo. Una parola il cui significato vive nella ricerca dello sguardo, dal suono, della carne.

E quindi il cinema che “ci rifà la visione”, il teatro che mette le parole addosso alla pancia e ci fa scorgere come il mio corpo non finiscemaisenoiabitiamolospaziosentendoci.

Ci mostriamo, ne parliamo, dalla nostra parte. Una sorta di cammino tra alcuni dei luoghi che decidono della nostra condizione, che ne decidono a partire dal lavoro che questi esercitano sui nostri corpi.

Un viaggio con i corpi tra i nostri corpi, nei quali è disegnato il panorama della prigione ma anche dell’aperto.

 …perché è il corpo che porta, nella vita e nella morte, nella forza e nella debolezza, la sanzione di ogni verità e di ogni errore (…). Il corpo – e tutto ciò che ha a che fare col corpo, l’alimentazione il clima, il suolo – è il luogo della Herkfunft: sul corpo, si trova lo stigma degli avvenimenti passati, così come da esso nascono i desideri, i cedimenti, e gli errori; (…). Il corpo: superficie d’iscrizione degli avvenimenti (laddove il linguaggio li distingue e le idee li dissolvono), luogo di dissociazione dell’Io (al quale cerca di prestare la chimera di un’unità sostanziale), volume in perpetuo sgretolamento.

Siamo qui, e da qui diciamo e mostriamo dei corpi. I nostri.

Come è che accade un evento riconoscibile, distinguibile dall’ordinario ordine del discorso?; com’è possibile vedere con occhi vivi l’invisibile, libero dal dominio del noto? Com’è possibile arrivare al corpo dell’altro senza dominarlo, colonizzarlo?

I nostri incontri proveranno ad essere una sorta di presentazione, un catalogo dei disegni e degli effetti, delle parole. Il corpo della parola.

Una parola, quindi, indistinguibile dalla sua provenienza, da quel luogo che ne è l’origine: il corpo, appunto.

Tenteremo quindi di aprire un’occasione per tessere linguaggi, respiri, sguardi di qualcosa che probabilmente ci è familiare, che va disvelato e reso visibile: il comune che noi abitiamo e che dev’essere visto, toccato, digerito.

Fare del corpo un possibile luogo del comune e quindi del politico è propriamente uno degli obiettivi della nostra Festa della Parola. La descrizione dello sfruttamento, da Simone Weil ai call center; la parola che emerge dall’ascolto di un respiro che si sente, e lo si sente in scena, qui, davanti a tutti; l’incontro con la poesia.

La parola del corpo.

Mai come oggi, crediamo, è possibile vedere il valore immediatamente politico del corpo.

Un appuntamento prettamente politico, quindi, che ha nella propria agenda l’obiettivo di annusare, odorare, ascoltare, toccare perché il corpo non finiscemaisenoiabitiamolospaziosentendoci.