anteprima mondiale Penultimo Paesaggio

Questa sera, lunedì 12/12 alle 20.30, in occasione dell’anteprima mondiale di Penultimo Paesaggio il regista Fabrizio Ferraro, i protagonisti Luciano Levrone e Simona Rossi, insieme a Enrico Ghezzi risponderanno alle domande del pubblico presente in sala.

rassegna stampa Penultimo Paesaggio

Incontro al buio a Parigi. Quarant’anni dopo Bertolucci

di Stefano Stefanutto Rosa | Cinecittà News - Dossier

Quarant’anni dopo Ultimo tango a Parigi di Bertolucci, di nuovo una giovane donna e un uomo più maturo, che non si conoscono, s’incontrano in un appartamento ancora una volta disadorno come ci racconta in Penultimo paesaggio il regista Fabrizio Ferraro, che non a caso riprende un dialogo del cult movie con Marlon Brando e Maria Schneider. ”Sì, sono tornati ma si spera che questa volta riescano a rompere le gabbie rappresentative, alla ricerca di un contatto mai avvenuto, da avverarsi, sul corpo che si sfiora e sul corpo del cinema”. Dopo Je suis Simone (la condition ouvrière), film su Simone Weil e la condizione operaia in Francia negli anni Trenta, Ferraro volge ancora una volta l’obiettivo su Parigi con un film da lui prodotto insieme a Marcello Fagiani per Boudu Film, coprodotto da Rai 3 e Fuori Orario, e che vede, tra gli altri, la collaborazione musicale di Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura.

Penultimo paesaggio è l’antitesi evidente del cinema narrativo e d’intreccio ed è basato su dialoghi essenziali e in inglese, girato tutto in bianco e nero e nella capitale francese, con inquadratura fissa alternata a piani sequenza e suono in presa diretta. Siamo dunque in prossimità del cinema di Straub&Huillet.
“Gli incontri fugaci, i dialoghi spogli tra i protagonisti (Luciano Levrone e Simona Rossi) danno voce ad una distanza paradigmatica di una società s/finita e senza riscatto, arresa ai valori dominanti che il protagonista, sul finale, pone in discussione nel tentativo di arrivare ad una nuova riformulazione”, spiega il regista.

Si confrontano nel film due geometrie: quella delimitata dalle pareti dell’appartamento e tracciata dai corpi degli amanti; quella della città ridisegnata dal prefetto Haussmann, che consentiva tra l’altro, grazie alla realizzazione di grandi boulevard, di spostare rapidamente truppe per controllare e reprimere le proteste popolari. “L’urbanistica è il prolungamento di quello che accade alle relazioni e ai rapporti di classe”, dice Ferraro.
Un film nato in Francia? “No in Italia, nel momento in cui tutti vogliono scappare da questo Paese. E non ho voluto attori noti, perché ho lavorato in sottrazione e ho preferito uscire senza passare per festival puntando al rapporto diretto con il pubblico”
Penultimo paesaggio è un’opera quasi di trincea che appartiene a un cinema d’autore che sta scomparendo, sostiene Mario Mazzarotto di Movimento Film che distribuisce la pellicola dal 12 dicembre a partire dal Nuovo Cinema Aquila di Roma. Dove alle ore 20,30 il regista, accompagnato da Enrico Ghezzi e gli attori protagonisti, incontrerà il pubblico.

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Penultimo Paesaggio, Amore in Bianco e Nero

di Francesco Gallo | ANSA

ROMA, 6 DIC – In uno spartano bianco e nero e con dialoghi minimalisti arriva nelle sale lunedì, distribuito da Movimento Film, ‘Penultimo paesaggio’ il rarefatto omaggio al cinema-cinema di Fabrizio Ferraro.

Con le musiche di Vivaldi, Bach e Paolo Fresu, il film registra in una Parigi geometrica e silenziosa la storia di un uomo (Luciano Levrone) e una donna (Simona Rossi) che si sono conosciuti grazie a un incontro al buio e continuano a vedersi e ad amarsi in uno squallido appartamento-ufficio senza neppure un quadro alla parete.

Molte immagini fisse su questa coppia che, pur essendo di origine italiana, preferisce parlare inglese. “Voglio cominciare a sentirmi felice – dice a un certo punto la donna -. E smettere di vedere i telegiornali“. E lui a lei:”Sono un pessimo investimento Non credo nel futuro dell’umanità. Spogliatevi e guardatevi allo specchio siete così per il denaro“.

All’interno di questa storia che non può che ricordare un casto ‘Ultimo tango a Parigi’, e che vive più di silenzi che di parole, tante immagini della città nel suo ordinario vivere e anche la consapevolezza della mappatura di una metropoli legata
alle differenze sociali.

Ci hanno insegnato a pensare la regia – spiega il regista autore di molti documentari tra cui ‘Ethos’ presentato all’ultimo Festival di Torino – come il punto di partenza e di arrivo e di un film; questa idea chiusa e imperiale si sgretola da sé una volta che si affaccia fuori dal set, e penso che non sia per la leggenda del cinema collettivo, ma per una pratica frammentata in una costruzione molteplice che cambia continuamente“.

E ancora Fabrizio Ferraro”per questo film si nega un po’ alla rappresentazione, all’intreccio narrativo, ma vive ogni secondo in bilico tra ciò che poteva essere e ciò che invece sarà: il film si è costruito in un cambiamento continuo, in un’apertura
continua alla vita e al mondo che cambiava in ogni istante…“.

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di Emanuele Protano | PointBlank

Un appartamento mutuato da Ultimo tango a Parigi, una ripresa digitale in bianco e nero straniante, italiani nella capitale francese che parlano solo inglese; silenzi, rumori off, raccordi violenti, impalpabilità del tutto. L’amore ai tempi dello spread, o dieci anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Impossibile, incomprensibile, vacuo, insensato, inattuabile, fuorviante. Pensieri frammentati, alterati e disomogenei, impossibili da armonizzare perché aggettivano e provano a raccontare un’opera, Penultimo paesaggio, che su queste incertezze, inciampi, discontinuità e impalpabilità si fonda.

Fabrizio Ferraro l’avevamo già incontrato su queste pagine: il suo Piano sul Pianeta (malgrado tutto, coraggio Francesco!) ci aveva così affascinato da volerne approfondire la discussione, poi approdata in un’intervista. Quel suo cinema “post Straub-Huillet” così sgranato, confidenziale, muto e informe, cui sottende una poeticità d’altri tempi, d’altre nazioni (francese, soprattutto), di un’altra maniera di fare cinema, profondamente d’antan e insieme pioneristica.

Ferraro ci invita in un appartamento parigino in cui un uomo e una giovane donna si incontrano casualmente, condividendo in quel luogo spoglio la loro vita altrettanto disadorna. La verbosità centellinata ci fa addentrare in delle esistenze sfinite, travolte e disinnescate, cui la città cerca di implementarne la consistenza producendo invece solo segnali, indizi e prove della miseria umana da cui si partiva. Una città ideologica, severa, austera, scolpita e dispotica, classista e tirannica, forgia nuove generazioni formulandole a sua immagine e somiglianza. L’esito è avvilente, e coraggioso è stato Ferraro a voler raccontare e ad aver saputo far deflagrare la potenza insita nei nostri animi. Una miseria che ogni giorno incontriamo agli angoli delle strade, al tavolo accanto a quello in cui sediamo o riflessa nello specchio; ma che quasi mai abbiamo il coraggio di fissare, di indagare, di carpirne le potenzialità emancipatrici covate pure nella sua nefandezza e tragedia.

Nel suo primo lavoro di finzione, Ferraro ci porta in un eterno presente cittadino e urbano, morbidamente apocalittico, sereno e iracondo al tempo stesso, per una riformulazione del presente – e del futuro – accennata ma incompiuta perché impossibile da affermare. Cinema autoriale al servizio del bene comune. Lo si diceva: cinema d’altri tempi.