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Il Laghetto della Snia

Il laghetto si trova nell’area dell’ex Snia Viscosa, dove all’inizio degli anni 90 iniziarono i lavori per la realizzazione di un centro commerciale di sei piani. La mobilitazione dell’allora Comitato di quartiere Pigneto Prenestino tolse quest’area alle mire della speculazione edilizia, riuscendo ad impegnare il Comune a realizzarvi un’area parco.

Il laghetto sorse proprio durante i lavori per il centro commerciale, quando, danneggiata la vena dell’acqua Vergine, dalle fondamenta del mega complesso di cemento cominciò ad affiorare una grande quantità d’acqua, che finì per formare l’attuale laghetto che ha una profondità di circa 6 metri.

Il progetto di riqualificazione (purtroppo a tutt’oggi non ancora realizzato) prevedeva di bonificare l’intera area per rendere accessibile l’uso del laghetto ai residenti del quartiere (che avrebbero potuto utilizzarlo persino con barche e canoe).

Nell’area adiacente è stato invece realizzato il Parco dell’Ex Snia, oggi ridenominato Parco delle Energie.

Il Comitato parco delle energie ex Snia oltre a battersi per la riqualificazione completa dell’area organizza spesso feste ed iniziative per coinvolgere i residenti e rilanciare definitivamente l’area del parco.

Le foto del laghetto, che seguono, sono state scattate da Giorgio Sornicola.

NO T’AVEVO DETTO + ETHOS @eXSnia

sabato 19 maggio | ore 21:00
CSOA eXSnia | via Prenestina, 173

NO T’AVEVO DETTO

uno spettacolo di Laura Pece e Stefano Greco
musiche Francesca Bertozzi
produzione Teatri della Viscosa

La Questione NO TAV non è solo al necessità pratica di bloccare un traforo inutile ma una questione di dignità, onestà, libertà. NO TAV NO MAFIE.

a seguire

ETHOS – verrà presto il giorno in cui gli attori e le attrici non crederanno più che le loro maschere e i loro costumi siano essi stessi

un film di Fabrizio Ferraro
con Marco Teti, Ludovico Takeshi Minasi, Eva Sola, Simone Gulli
produzione BAROCAS sia | distribuzione Boudu

Inquadrature in movimento a descrivere antichi paesaggi urbani o il deturpato spettacolo della natura si contrappongono alle immagini fisse che raccontano un’attualità politica di lotta e potere. Accompagnati dalle parole sussurrate dal regista stesso, lette a lume di candela, e dalla solennità della musica per violoncello di Antonio Vivaldi, assistiamo così all’esplodere della rivolta contro l’immagine del mondo.

Ingresso grautuito – uscita a cappello.

Abitare la battaglia. Jean-Marie Straub, cinema non consolatorio

Voi state bene!
Per i morti non c’è disonore.
Soffoca l’odio
per gli assassini morti!
Lo lava l’acqua più pura
il peccato dell’anima che s’invola.

Voi state bene!
Ma io,
in mezzo alle schiere,
in mezzo allo strepito,
come porterò l’amore al vivente?
Inciamperò:
e la briciola dell’ultimo amoruccio
per sempre affonderà in un gorgo di fumo

Vladimir Majakovskij, Guerra e Universo, 1917

«La non-riconciliazione, è anche un modo di fare i film, un modo di fabbricarli. È il rifiuto ostinato di tutte le forze di omogeneizzazione. Essa trascina Straub e Huillet verso ciò che potremmo chiamare “una pratica generalizzata della disgiunzione”. Disgiunzione, divisione, fissione, il prendere sul serio il celebre “uno si divide in due”. Lo sguardo e la voce, la voce e la sua materia (la sua “grana”), la lingua e i suoi accenti fanno, come dice Zhou Enlai, “dei sogni differenti nello stesso letto”. I film: il letto in cui ciò che è disgiunto, non riconciliato, non riconciliabile, viene a recitare l’unità, a sospenderla, a simularla. Non una facile arte di spostamento, ma la testa e la croce simultanee di un solo e unico pezzo, mai giocato, sempre rilanciato, inscritto da un lato (il lato delle Tavole della legge: Mosè), enunciato dall’altro (il lato dei miracoli: Aronne)».

Serge Daney, Una tomba per l’occhio

Immagine

martedì 24 aprile dalle 17 | Cinema Sala Trevi – Vicolo del Puttarello 25

ore 17.00

Moses und Aron (Mosè e Aronne, 1974)

Regia: Jean-Marie Straub, Danièle Huillet; testo e musica: Moses und Aron di Arnold Schonberg; fotografia: Ugo Piccone, Saverio Diamanti, Gianni Confarelli, Renato Berta; montaggio: J. M. Straub, D. Huillet; direzione musicale: Michael Gielen; interpreti: Louis Devos, Gunther Reich, Eva Csapò, Roger Lucas, Richard Salter, Werner Mann, Ladislav Illavsky; origine: Austria/ Italia/Germania; produzione: Straub/Huillet, ORF, ARD, HR, Janus Film, NEF, Taurus Film, ORTF, Rai;  durata: 105’

«In partenza quello che ci interessava di più erano i rapporti, molto dialettici e violenti, che Mosè e Aronne stabiliscono tra loro e nei confronti del coro, che rappresenta il popolo. Moses und Aron è anche l’occasione di fare un’operazione diametralmente a Chronik der Anna Magdalena Bach. Forzando un po’, si può dire che Chronik è un documentario sulla musica, un film musicale documentaristico, mentre Moses und Aron, in cui l’orchestra non si vede mai, è un film musicale drammatico» (Straub).

ore 19.00

Dalle parole all’utopia (2012)

di Donatello Fumarola e Alberto Momo; durata: 45’

Brani da una conversazione con Jean-Marie Straub. Introduzione, a mo’ di frammento, di un progetto di mappatura e rimessa in gioco dello stato del cinema costituito da più di 70 ore di conversazioni con alcuni dei cineasti che ne hanno segnato, negli ultimi decenni, il dislimite, la gloria bastarda, l’inconsolabile forza rigeneratrice.

a seguire

Un Héritier (2011)

Regia: Jean-Marie Straub; testi: da Au service de l’Allemagne di Maurice Barrés; fotografia: Renato Berta, Christophe Clavert; montaggio: Catherine Quesemand; interpreti: Joseph Rottner, Jubarite Semaran, Barbara Ulrich; origine: Francia/Corea del Sud; produzione: Jeonju International Film Festival, Les Fées Productions, Belva Gmbh; durata 22’

Nel 1994, Jean-Marie Straub e Danièle Huillet realizzarono Lothringen!, un adattamento del romanzo Colette Bodauche di Maurice Barrès. Nel 2010, Jean-Marie Straub va in Alsazia per girare il secondo film della serie Barrès, tratto questa volta dal romanzo Au service de l’Allemagne, scritto nel 1905 e ambientato sul Mont Saint Odile. Come Joseph, il protagonista del libro, Jean-Marie Straub si incammina sul monte seguendo il percorso di un giovane dottore di campagna.

* Versione francese con sottotitoli italiani

a seguire

Schakale und Araber (2011)

Regia: Jean-Marie Straub; testo: dal racconto Sciacalli e arabi di Franz Kafka; fotografia e montaggio: Christophe Clavert; interpreti: Giorgio Passerone, Jubarite Semaran, Barbara Ulrich; origine: Svizzera; produzione: Belva GmbH; durata: 11’

Sciacalli, arabi ed europei, muta, massa, individuo – secondo Deleuze –: chi risolverà l’enigma del mondo in questo racconto di Kafka?

* Versione tedesca con sottotitoli italiani

a seguire

L’Inconsolable (2011)

Regia: Jean-Marie Straub; testi: da Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese; fotografia: Renato Berta, Christophe Clavert; montaggio: Catherine Quesemand; interpreti: Giovanna Daddi, Andrea Bacci; origine: Francia; produzione: Les Fées Productions, Belva GmbH; durata: 15’+15’

Vous montrez les deux versions ?

Con L’Inconsolable Jean-Marie Straub continua a mettere in scena i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, progetto avviato nel 1978 con Dalla nube alla Resistenza e poi ripreso nel 2006, 2007 e 2008 con Quei loro incontri, Il ginocchio di Artemide e Le streghe.

ore 21.00

Von heute auf Morgen (Dall’oggi all’indomani, 1996)

Regia: Jean-Marie Straub, Danièle Huillet; musica: dall’opera omonima di Arnold Schonberg su libretto di Max Blonda; fotografia: William Lubtchansky, Irina Lubtschansky, Marion Befve; scenografia: Max Schoendorf, Jean-Marie Straub, Danièle Huillet; montaggio: J. M. Straub, D. Huillet; direzione musicale:  Michael Gielen; interpreti: Richard Salter, Christine Whittlesey, Annabelle Hahn, Claudia Barainsky, Ryszard Karczykowsky; origine: Francia, Germania; produzione: Straub-Huillet, Pierre Grise, Martine Marignac, in collaborazione con Hessischer Rundfunk, Dietmar Schings, Leo Karl Gerhartz, Hans-Peter Baden;  durata: 105’

Era un’occasione per lavorare su un’opera fatta secondo il punto di vista di una donna, dopo tutti quei maschi: Kafka, Corbeille, Holderlin… perché l’autore della sceneggiatura – se la si può chiamare così – era una donna, Gertrud Schonberg. Si può essere, naturalmente, dei cineasti molto femminili, come Mizoguchi o Dreyer, ma è sempre ad ogni modo un punto di vista maschile. È il punto di vista dell’inquisizione. Che cos’era l’inquisizione? Dei maschi che hanno bruciato trentamila donne. Bene, questo è un film inventato da una donna. Che, in più, era ebrea; è importante, si trattava di una duplice esclusione.

* Copia proveniente dal Museo del Cinema di Torino

  * * *

Programma a cura di Fulvio Baglivi e Boudu*, in collaborazione con Fuori Orario e Belva productions

Ethos e In Attesa dell’Avvento @TeatroValle

NOI CREDEVAMO…

Viaggio in Italia attraverso otto film che ne disegnano una mappa complessa e lontana dalla visione istituzionale. Otto film in cui il lavoro sulla forma è fondamentale, essenziale per la costruzione di un immaginario capace di affrontare e interpretare la realtà, la politica, la poesia, la storia. Ci piace pensare che il cinema sia in grado di porsi davanti alla realtà e di coglierne rossellinianamente i momenti di verità. In questo senso gli otto film che vi proponiamo sono documentari. Per una cartografia cinematografica, noi credevamo…

Nell’ambito del Festival PROMESSA al TEATRO VALLE via del Teatro Valle 21, Roma

Programma 1Venerdì 9 marzo ore 14.00

NOTTURNO STENOPEICO

di Carlo Michele Schirinzi (Italia, 2009, 8′)
Sacro pellegrinaggio, dal Diluvio Universale alle moderne arche che tentano d’approdare in libere geografie. Squarci di luce su schermo nero. Il mediterraneo dei migranti visto attraverso un foro stenopeico.

DE LA MUTABILITÉ DE TOUTE CHOSE ET DE LA POSSIBILITÉ D’EN CHANGER
CERTAINS

di Anna Marziano (Francia, 2011, 16′)
Come accogliere il cambiamento circolare e perpetuo delle cose pur continuando ad agire, ovvero a partecipare a una comunità? Questo viaggio attorno alla mutevolezza inizia nell’Abruzzo terremotato, dove ognuno si trova a reagire a un cambiamento comune a tutti.

UN MITO ANTROPOLOGICO TELEVISIVO

di Alessandro Gagliardo, Maria Helene Bertino, Dario Castelli (Italia, 2011, 54′)
Attraverso l’uso di riprese video realizzate tra il 1992 e il 1994 (periodo chiave per la storia siciliana e italiana) e provenienti da una televisione locale della provincia di Catania, Un mito antropologico televisivo crea un racconto il cui tempo e la cui narrazione, dettati dalla cronaca, vanno a sovrapporsi in maniera asincronica alla storia attuale.

OCCHIO DI VETRO CUORE NON DORME

di Gabriele Di Munzio (Italia, 2011, 25′)
Porta Venezia, Milano, giovani precari manifestano in sostegno alla primavera araba, appena sbocciata in Tunisia. Elena e Margherita sono due giovani prostitute, per ragioni diverse e ognuna a suo modo. Post-pornografia del conflitto sociale globale.

IN ATTESA DELL’AVVENTO

di Felice D’Agostino e Arturo Lavorato (Italia, 2011, 20′)
1861 – 1971 – 2011. Banalità della storia fatta di date. L’Unità d’Italia e le sue celebrazioni, 1861, arrivano in un difficile 2011 con una retorica che cozza contro gli irrisolti della storia italiana. Si incunea in questo binomio celebrativo il 1971 della rivolta a Reggio Calabria. Il passato oscuro che ritorna con le sue ombre inquietanti a turbare l’ordine retorico con cui si vorrebbe governare un presente di crisi

Programma 2 Domenica 11 marzo ore 15.00

ETHOS – VERRÀ PRESTO IL GIORNO IN CUI GLI ATTORI E LE ATTRICI NON
CREDERANNO PIÙ CHE LE LORO MASCHERE E I LORO COSTUMI SIANO ESSI STESSI

di Fabrizio Ferraro (Italia, 2011, 30′)
“Bisogna spegnere la dismisura più che le fiamme di un incendio”. (Eraclito, frammento 108)

IN AMABILE AZZURRO

di Felice D’Agostino e Arturo Lavorato (Italia, 2009, 95′)
Oreste è l’eroe del nuovo ordinamento sociale e giuridico che archivia il passato arcaico dovevigeva la legge del sangue, il genos come valore assoluto. Nasce la democrazia, nel sangue del matricidio che sancisce il nuovo potere, maschile, patriarcale, razionale, democratico e imperialmilitarista. Decostruzione del mito progressista in Calabria, terra che fu parte della Magna Grecia,

CARNE

Il Nuovo Spettacolo de “La Voce della Luna

CARNE
Primo episodio: epifania ovvero del vedere

regia Nino Pizza

con Viviana Alibrandi, Andrea Cefali, Pamela Cirulli, Giuseppe Di Canio, Marco Di Segni, Andrea Ferraro, Maria Galatro, Salvatore Gambilonghi, Vincenzo Giorgi, Carmela Lavorato, Federico Petrucci, Diana Pucci, Marta Reggio, Caterina Stillitano, Leonardo Viola

Un passante Marcello Fagiani

C.I. Mario Mei

Direzione del centro e supervisione Anna Cacciotti

Veniamo dal S. Maria della Pietà, l’ex manicomio di Roma. Il teatro ci consente di svestirci dalla categoria in cui ci hanno preso: folli! Con il teatro abbiamo scoperto di essere e avere un corpo, prima e innanzi tutto. Corpo senza nomi e senza definizioni: un corpo senza organi! Di noi, in scena, non rimane che Carne; rimane la potenza che ci consente di espanderci pertuttoilmondo. Se verrai a vederci, a stare con noi, sarà consentita anche a te la ventura di svestirti da te.

Prova, provaci

E allora allungo la mano, la tendo, ancora di più, non finisce più.

Non finisce più perché incontro il mondo. Dove finisce un corpo, dove finisce il mio corpo?

Vedo. Vedo perché mi guardi. Vedosonomondo. Mi spoglio provo a farlo. Mispogliospogliandoti. La carne! La carne c’è perché mi vedi.

Dove finisce un corpo, cosa vedo, cosa vedi?

Niente altro che una mela, solo una mela: l’istituzione della visione licenzia corpi e vedute e anche la natura non è indifferente. Ed anche i nomi, le cose: ti dico e non ci sei più, perduta nell’im-possibile nome.

CARNE

Primo episodio: epifania ovvero del vedere

produz. La voce della Luna | Stiamo lavorando alla narrazione in scena. Questa per noi si gioca non solo nella voce ma anche e sopratutto attraverso l’edificazione del corpo del narratore. Sulla scena, oltre alle parole, tutti gli altri elementi fisici si articolano tra loro dando vita al racconto come carne alla figura del narratore. Dall’alchimia di questi elementi fondamentali l’azione fisica sorge a dare spazio, tempo e corpo alla vicenda narrata e al suo testimone.Lo spettacolo lo stiamo immaginando come racconto di un evento da diversi punti di vista. A seconda del narratore che di volta in volta agisce la scena muta la sua prospettiva. L’intreccio suggerisce una girandola di interpretazioni possibili che si offrono alla lettura del pubblico sollecitandolo a differenti soluzioni di senso.Il Lavoro dell’attore si esprime in un esercizio di combinazione ogni volta diverso dove gli elementi scenici, in una serie di accostamenti, giocano diverse composizioni dello spazio, differenti durate e partiture  di tempo, proprie segmentazioni e variazioni del gesto nella manifestazione del corpo e emozione della presenza.Carne, il titolo, per dire la carne delle cose, per dire quanto appare di più crudamente reale e che per noi consiste non nella gravità del suo peso bensì nell’umana relazione col cosmo che ciascuno, ancor prima della nascita, vive. È a partire da qui che la realtà si costruisce, il mondo prende e dà corpo, che ogni storia è possibile. Storie che noi vorremmo comunque fatte di vicinanza, di accoglienza, di cura reciproca delle nostre membra.

dal 13 al 18 marzo 2012
(ore 21:00 | domenica ore 18:00)
Teatro Casa delle Culture
via Crisogono, 45

Tre Film a Fuori Orario (RAI3)

Boudu* è lieta di invitarvi alla visone di tre dei suoi film:

PROGRAMMI RADIO E TV DI SABATO 14 GENNAIO: RAITRE

01,20 – 06,00 – Fuori orario. Cose (mai) viste sorveglia(n)ti con o senza camera (vuota)

01,55 – Film: Piano sul pianeta (malgrado tutto, coraggio Francesco!) 

PROGRAMMI RADIO E TV DI DOMENICA 15 GENNAIO: RAITRE

01,55 – 06,00 – Fuori orario. Cose (mai) viste CHI (NON) FILMA E’ PERDUTO

01,55 – Film: Penultimo paesaggio 

PROGRAMMI RADIO E TV DI LUNEDI’ 16 GENNAIO: RAITRE

01,05 03,00 Fuori Orario. Cose (mai) viste CHI (NON) FILMA E’ PERDUTA

01,15 – Film: Je suis Simone – La condition ouvrière 

 versione originale con sottotitoli in italiano

anteprima mondiale Penultimo Paesaggio

Questa sera, lunedì 12/12 alle 20.30, in occasione dell’anteprima mondiale di Penultimo Paesaggio il regista Fabrizio Ferraro, i protagonisti Luciano Levrone e Simona Rossi, insieme a Enrico Ghezzi risponderanno alle domande del pubblico presente in sala.

rassegna stampa Penultimo Paesaggio

Incontro al buio a Parigi. Quarant’anni dopo Bertolucci

di Stefano Stefanutto Rosa | Cinecittà News – Dossier

Quarant’anni dopo Ultimo tango a Parigi di Bertolucci, di nuovo una giovane donna e un uomo più maturo, che non si conoscono, s’incontrano in un appartamento ancora una volta disadorno come ci racconta in Penultimo paesaggio il regista Fabrizio Ferraro, che non a caso riprende un dialogo del cult movie con Marlon Brando e Maria Schneider. “Sì, sono tornati ma si spera che questa volta riescano a rompere le gabbie rappresentative, alla ricerca di un contatto mai avvenuto, da avverarsi, sul corpo che si sfiora e sul corpo del cinema”. Dopo Je suis Simone (la condition ouvrière), film su Simone Weil e la condizione operaia in Francia negli anni Trenta, Ferraro volge ancora una volta l’obiettivo su Parigi con un film da lui prodotto insieme a Marcello Fagiani per Boudu Film, coprodotto da Rai 3 e Fuori Orario, e che vede, tra gli altri, la collaborazione musicale di Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura.

Penultimo paesaggio è l’antitesi evidente del cinema narrativo e d’intreccio ed è basato su dialoghi essenziali e in inglese, girato tutto in bianco e nero e nella capitale francese, con inquadratura fissa alternata a piani sequenza e suono in presa diretta. Siamo dunque in prossimità del cinema di Straub&Huillet.
“Gli incontri fugaci, i dialoghi spogli tra i protagonisti (Luciano Levrone e Simona Rossi) danno voce ad una distanza paradigmatica di una società s/finita e senza riscatto, arresa ai valori dominanti che il protagonista, sul finale, pone in discussione nel tentativo di arrivare ad una nuova riformulazione”, spiega il regista.

Si confrontano nel film due geometrie: quella delimitata dalle pareti dell’appartamento e tracciata dai corpi degli amanti; quella della città ridisegnata dal prefetto Haussmann, che consentiva tra l’altro, grazie alla realizzazione di grandi boulevard, di spostare rapidamente truppe per controllare e reprimere le proteste popolari. “L’urbanistica è il prolungamento di quello che accade alle relazioni e ai rapporti di classe”, dice Ferraro.
Un film nato in Francia? “No in Italia, nel momento in cui tutti vogliono scappare da questo Paese. E non ho voluto attori noti, perché ho lavorato in sottrazione e ho preferito uscire senza passare per festival puntando al rapporto diretto con il pubblico”
Penultimo paesaggio è un’opera quasi di trincea che appartiene a un cinema d’autore che sta scomparendo, sostiene Mario Mazzarotto di Movimento Film che distribuisce la pellicola dal 12 dicembre a partire dal Nuovo Cinema Aquila di Roma. Dove alle ore 20,30 il regista, accompagnato da Enrico Ghezzi e gli attori protagonisti, incontrerà il pubblico.

rassegna stampa Penultimo Paesaggio

Penultimo Paesaggio, Amore in Bianco e Nero

di Francesco Gallo | ANSA

ROMA, 6 DIC – In uno spartano bianco e nero e con dialoghi minimalisti arriva nelle sale lunedì, distribuito da Movimento Film, ‘Penultimo paesaggio’ il rarefatto omaggio al cinema-cinema di Fabrizio Ferraro.

Con le musiche di Vivaldi, Bach e Paolo Fresu, il film registra in una Parigi geometrica e silenziosa la storia di un uomo (Luciano Levrone) e una donna (Simona Rossi) che si sono conosciuti grazie a un incontro al buio e continuano a vedersi e ad amarsi in uno squallido appartamento-ufficio senza neppure un quadro alla parete.

Molte immagini fisse su questa coppia che, pur essendo di origine italiana, preferisce parlare inglese. “Voglio cominciare a sentirmi felice – dice a un certo punto la donna -. E smettere di vedere i telegiornali“. E lui a lei:”Sono un pessimo investimento Non credo nel futuro dell’umanità. Spogliatevi e guardatevi allo specchio siete così per il denaro“.

All’interno di questa storia che non può che ricordare un casto ‘Ultimo tango a Parigi’, e che vive più di silenzi che di parole, tante immagini della città nel suo ordinario vivere e anche la consapevolezza della mappatura di una metropoli legata
alle differenze sociali.

Ci hanno insegnato a pensare la regia – spiega il regista autore di molti documentari tra cui ‘Ethos’ presentato all’ultimo Festival di Torino – come il punto di partenza e di arrivo e di un film; questa idea chiusa e imperiale si sgretola da sé una volta che si affaccia fuori dal set, e penso che non sia per la leggenda del cinema collettivo, ma per una pratica frammentata in una costruzione molteplice che cambia continuamente“.

E ancora Fabrizio Ferraro”per questo film si nega un po’ alla rappresentazione, all’intreccio narrativo, ma vive ogni secondo in bilico tra ciò che poteva essere e ciò che invece sarà: il film si è costruito in un cambiamento continuo, in un’apertura
continua alla vita e al mondo che cambiava in ogni istante…“.

rassegna stampa Penultimo Paesaggio

di Emanuele Protano | PointBlank

Un appartamento mutuato da Ultimo tango a Parigi, una ripresa digitale in bianco e nero straniante, italiani nella capitale francese che parlano solo inglese; silenzi, rumori off, raccordi violenti, impalpabilità del tutto. L’amore ai tempi dello spread, o dieci anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Impossibile, incomprensibile, vacuo, insensato, inattuabile, fuorviante. Pensieri frammentati, alterati e disomogenei, impossibili da armonizzare perché aggettivano e provano a raccontare un’opera, Penultimo paesaggio, che su queste incertezze, inciampi, discontinuità e impalpabilità si fonda.

Fabrizio Ferraro l’avevamo già incontrato su queste pagine: il suo Piano sul Pianeta (malgrado tutto, coraggio Francesco!) ci aveva così affascinato da volerne approfondire la discussione, poi approdata in un’intervista. Quel suo cinema “post Straub-Huillet” così sgranato, confidenziale, muto e informe, cui sottende una poeticità d’altri tempi, d’altre nazioni (francese, soprattutto), di un’altra maniera di fare cinema, profondamente d’antan e insieme pioneristica.

Ferraro ci invita in un appartamento parigino in cui un uomo e una giovane donna si incontrano casualmente, condividendo in quel luogo spoglio la loro vita altrettanto disadorna. La verbosità centellinata ci fa addentrare in delle esistenze sfinite, travolte e disinnescate, cui la città cerca di implementarne la consistenza producendo invece solo segnali, indizi e prove della miseria umana da cui si partiva. Una città ideologica, severa, austera, scolpita e dispotica, classista e tirannica, forgia nuove generazioni formulandole a sua immagine e somiglianza. L’esito è avvilente, e coraggioso è stato Ferraro a voler raccontare e ad aver saputo far deflagrare la potenza insita nei nostri animi. Una miseria che ogni giorno incontriamo agli angoli delle strade, al tavolo accanto a quello in cui sediamo o riflessa nello specchio; ma che quasi mai abbiamo il coraggio di fissare, di indagare, di carpirne le potenzialità emancipatrici covate pure nella sua nefandezza e tragedia.

Nel suo primo lavoro di finzione, Ferraro ci porta in un eterno presente cittadino e urbano, morbidamente apocalittico, sereno e iracondo al tempo stesso, per una riformulazione del presente – e del futuro – accennata ma incompiuta perché impossibile da affermare. Cinema autoriale al servizio del bene comune. Lo si diceva: cinema d’altri tempi.