A proposito di Cinema e Follia

Produco un nuovo film, che poi è più di un film.

Lavorare in un Centro Diurno dentro il Santa Maria della Pietà, l’ex manicomio della Provincia di Roma.

Percorrere i viali del grande Parco, guardare i vecchi Padiglioni.

Oggi come allora ci accoglie la grande architettura che fornisce ragione d’esistenza all’istituzione, alle donne, agli uomini. Potere. E quindi dolore. In questa coppia di “stati d’azione” si (s)chiude l’intero universo di ciò che è dicibile (e di ciò che, seppur indicibile, non si ha pudore di tacere) sulla follia. Potere e dolore. Oggi come allora non si ha vergogna nel far leva sul dolore per giustificare le continue pratiche e discipline in grado di dar nome e norma a corpi pieni e vivi. Di dolore.

Un radicale altrove, una passione smisurata per la vita, sempre, sempre, anche quando tutto sembra e vuole spegnersi. Una ferita, tanto grande da poterci ricavare un tunnel per fuggirne via, che non ha possibilità di essere nominata se non al prezzo di cancellare tutto. Nomino, traduco e quindi perdo. Ovvio, questo accade sempre con il linguaggio e per qualsiasi oggetto. Ma sui corpi di quel radicale altrove si gioca una partita più importante di una mera traduzione. Questo essere per la vita, per un’altra vita, ha da essere compresso e ridotto al Si della comunità. La produzione di paesaggi, di luoghi in grado di accogliere il “libero” scambio di merci, immagini, desideri, non ammette un fuori. Un radicale altrove.

Due delle più potenti fabbriche di panorami e di soggetti, la televisione ed il cinema, mettono in forma la descrizione di favole, vicende di follia, di immagini che pretendono dar segno alla “sofferenza”. Nella narrazione di una storia, nella descrizione di una tensione, si presume di poter stare da una parte, in una posizione che permetta di conquistarsi lo spazio e lo sguardo per poter descrivere, registrare, vedere. Accade invece che quell’architettura di immagini, quell’ansia narrativa, quegli “scaffali frenetici” di suoni e di pixel, siano essi stessi produttori di paesaggi docili, lisci, banali, terribili; dove guardi? E chi è quell’attore, quel falso matto ma vero dentro alla logica della (macchina da) presa? Dov’è il Risperdal, dove il Comando, quale immagine, quale tempo?

La produzione di paesaggi a mezzo di immagini, produce anche le soggettività che quel paesaggio abitano. Boudu ha accompagnato e sostenuto al cinema “Je suis Simone”, la descrizione del (dis)farsi della mente e del corpo di una donna, di tutta l’umanità oppressa e umiliata. Già Simone Weil ci descriveva la produzione di macchine (umane) a mezzo di macchine. Abbiamo tentato di ri-produrre l’insostenibile violenza di un corpo che si fa a comando. Nell’epoca della produzione di soggettività a mezzo di immagini bisognerebbe avere la cautela e l’onestà di operare per non riprodurre la stessa violenza, lo stesso complice dispiegarsi di narrazioni patetiche da cui ci si vorrebbe distanziare per poter dire: “ecco, è così che funziona, è così che è stato”.

Tu sei detto mentre dici. Urli: “liberi tutti” mentre metti ai ferri tutti quei tutti.

Così come il Risperdal, la buona regola, o l’operatore, l’estetica del contemporaneo organizza l’intero paesaggio da noi abitato. Di più. La nostra intera soggettività è “presa” in una morsa che non uccide, ma edifica. Passioni, desideri, angosce, fame, immagini.

Se Basaglia e la sua “180” pensavano alla dicotomia liberatrice di un “dentro” che poteva e doveva accedere al “fuori”, oggi la società che abitiamo e ci abita, pare risolversi in un intero manicomio, diffuso per la città. Quale dentro, quale fuori?

Il lavoro del Capitale ha insegnato a se stesso e ai suoi schiavi l’arte della costituzione disciplinare di corpi-macchina, pronti e abili alla produzione; questo lavoro sembra arrivato ad un livello di massima raffinatezza, essendo ora in grado di mettere in forma l’intero panorama di ciò che è vedibile e quindi esperibile.

Con questo nuovo film, “Malgrado tutto, coraggio Francesco!”, il gruppo Boudu continua la fuga con/dalla (macchina) da presa: cerca di produrre un tempo ed un’immagine che sia autonoma, progettata, squadrata, posta per farvi entrare tutto e quindi solo ciò che è necessario. L’imprevisto, l’inciampo. Ecco, l’inciampo. Nell’esitare infinito, piano, non lento, ancora più piano, non aver timore che tanto c’è tutto. Non vedi? Non vedi? L’esitare dell’inciampo dentro quell’immagine acquista tutta la sua autonomia, ferma, decisa, irreversibile. Allora, in totale assenza di connivenze, ma agronomi di una autonoma e propria topografia degli spazi, ma anche dei gesti della luce e, vorrei dire, degli odori, allora, forse abitiamo per un attimo lo spazio che ci è proprio.

“Malgrado tutto, coraggio Francesco!” è un film. Un film è un film, non una molotov. Ma stavolta ci siamo tutti, ci siete tutti. È stato e sarà ancora, quando uscirà, un carro. Sì, un carro, di quelli che quando bombardano o c’è il terremoto fa salire tutti su, anche se proprio non c’è posto, ma mica si possono lasciare a terra tutte quelle persone esposte al pericolo! Abbiamo un terreno, l’abbiamo mappato, ed un carro. Per andare. Non dobbiamo raccontare nulla, non vogliamo realizzare architetture patetiche e ridondanti. Lo sappiamo già: quella sedia è una sedia, quell’uomo è una replica!

E noi invece abbiamo un carro. E andiamo.

Marcello Fagiani (produzione boudu*)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...