rassegna stampa Piano sul Pianeta

Al Nuovo Cinema Aquila dal 17 dicembre
Cinema:
Piano sul pianeta (malgrado tutto coraggio Francesco!)

Fabrizio Ferraro ci conduce all’interno di Santa Maria della Pietà, con un film delicato e riflessivo, girato nel manicomio (ma non “sul” manicomio!)

Lunedì 6 e martedì 7 dicembre, presso il Nuovo Cinema Aquila, è stato proiettato in anteprima il nuovo film di Fabrizio Ferraro, Piano sul pianeta (malgrado tutto coraggio Francesco!), reduce dal notevole successo riscosso alla XXVIII edizione del TorinoFilmFestival, e che entrerà nella programmazione del cinema dal 17 dicembre.

Piano sul pianeta è il secondo film di una trilogia prevista dal regista, il cui filo conduttore è l’essere umano. La prima opera della trilogia, Je suis Simone (la condition ouvrière), era dedicata alla filosofa Simone Weil, e alla sua esperienza nella fabbrica della Renault, dal 1934 al 1935. La successiva sarà dedicata a Moby Dick.

Piano sul pianeta si potrebbe definire un film esperienziale, nel senso che non mira tanto a raccontare una storia, ma piuttosto a permettere allo spettatore un viaggio di formazione, un’esperienza concreta all’interno dell’ex manicomio di Santa Maria della Pietà, emblema di tutti i manicomi, e di tutte le costruzioni claustrofobiche che l’uomo si costruisce attorno.

Rientrano in questa prospettiva le lunghissime inquadrature (che sembrerebbero quasi fotografie, se non ci fosse sempre qualche piccolo dettaglio che si muove impercettibilmente, una foglia, o un uccellino, o una minuscola sagoma umana…); così come il perenne silenzio, rotto solo dalla musica della radio, portata da un misterioso personaggio, che improvvisamente e quasi violentemente spezza il ritmo della narrazione, e dai dialoghi dei personaggi, inseriti come voice off, sovrapposti ai primi piani degli attori che non aprono bocca, quasi come se tra di loro riuscissero a parlare col pensiero, ad un livello più profondo e impercettibile della comunicazione; lo stesso discorso vale per l’uso del bianco e nero che, se da un lato provoca uno straniamento nella percezione dello spettatore, è contemporaneamente in grado di condurci nel territorio inesplorato della memoria, personale e collettiva, come accade quando si osserva una vecchia fotografia.

I personaggi che popolano il manicomio di Santa Maria della Pietà vorrebbero uscire dal parco, ma non possono entrare nei padiglioni. Vivono imprigionati in una condizione di perenne e drammaticamente immobile instabilità, insoddisfazione, sofferenza. Alcuni vivono sugli alberi, altri passano ore a fissare il vuoto, altri ancora ripetono gesti abitudinari e apparentemente banali, come fumare una sigaretta, innaffiare foglie secche, passeggiare. Lo spazio da loro abitato è continuamente attraversato dai cosiddetti “sani”: sportivi che fanno jogging di prima mattina, giardinieri che potano l’erbaTutte persone che vivono quotidianamente quel posto, non conoscendolo veramente.
Ma c’è davvero differenza tra i “sani” e i “malati”? O non sono, forse, entrambe le categorie, imprigionate nella stessa rete di fobie? Non siamo, forse, più ingabbiati noi, nelle nostre certezze e nelle nostre abitudini, piuttosto che “loro” , i “malati”?
Il film, comunque, non è un film sul manicomio, ci tiene a precisare Fabrizio Ferraro, prendendo le distanze da alcuni autori italiani coevi, ma piuttosto un film girato nel manicomio, che corrisponde «all’idea di un cinema partecipativo e necessario, come lo sono tutte le persone che si sono incontrate nel film per realizzarlo. Persone che vivono e respirano quel paesaggio, così da riuscire a fare una vera e propria autobiografia collettiva» (Fabrizio Ferraro).

L’opera di Ferraro, che con i suoi scenari quasi da archeologia industriale, si pone a metà strada tra il documentario e il film di fantascienza, è interpretata da attori bravissimi, che quotidianamente lavorano nell’ex manicomio. Essi si cimentano nell’ardua impresa di “non fare nulla”, o meglio, di rinunciare a qualunque pretesa di compiere specifiche azioni attoriali, o di esprimere fisicamente o esageratamente le proprie emozioni (andando contro la tendenza attoriale italiana). Si posizionano davanti alla macchina da presa, immobili, in silenzio, proponendo ciò che hanno in quel momento, sinceramente, direttamente, onestamente. I personaggi a cui danno vita in questo modo, paradossalmente, sono intensissimi e complessi, nella loro misteriosa impenetrabilità.

Con un ritmo molto lento, che permette allo spettatore pensieri lunghi e profondi, con una fotografia bellissima e perfettamente in armonia con la natura del posto e, infine, con personaggi indimenticabili che sembrano ispirarsi ai “modelli” di Diane Arbus, Fabrizio Ferraro ci regala un film che, sebbene “non facile”, si imprime nella memoria dello spettatore, e continua a rimbombare nella sua testa, anche una volta usciti dal cinema. Non ci si può liberare facilmente dei propri fantasmi, una volta che li si è visti in faccia.

9 Dicembre 2010

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