rassegna stampa Piano sul Pianeta

Non vuole intrattenere, insegnare, emozionare, il cinema di Fabrizio Ferraro è una continua negazione, si nega innanzitutto in quanto “cinema” perché è lui il primo a negarselo. Fin troppo consapevoli, Fabrizio, i collettivi (Boudu, Gruppoamatoriale), i loro film che oggi porsi come Autore, intellettuale, filosofo (addirittura) sarebbe quantomeno ridicolo se non peggio ancora criminoso. In modo onesto creano degli spazi, magari non confortevoli ma sicuramente pronti ad accogliere chi vuole partecipare a un progetto che si vuole sempre in divenire. Come uno squat. Dentro puoi incontrare Simone Weil e una blatta, non si può bere champagne mentre si imbianca una parete?

L’attenzione è a non essere classificati, collocati, schematizzati. Perciò è possibile inserire Piano sul Pianeta tra i documentari o tra le “fiction”, perché Fabrizio sa che ogni immagine “documenta” quanto “inganna” e tutti insieme, anche gli spettatori, dovremmo dubitare di sapere. E salire su una Fantarca alla ricerca del “nuovo spettacolo [che] affrancherà l’uomo dai falsi miti, dagli schemi preconcetti, dalle inconsce paure secolari, accompagnandolo nel lungo viaggio temporale dell’evoluzione che dovrà portarlo a essere l’‘io’ totale e cioè partecipe di tutti i possibili ‘altri’” (V. Cottafavi)

Il film è girato all’interno dell’ex manicomio S.Maria della Pietà, è una mappatura di uno spazio chiuso, ci presenta degli internati e allude attraverso le voci ad un’interiorità, ma alla fine mi sembra più un lavoro sul “fuori campo” nonché sul bisogno di andare fuori, soprattutto fuori di sé.

Penso proprio di sì, è un film che vuole costruire, un tentativo di cercare di posizionarsi nel mondo in un passaggio-paesaggio. Non più fuori-dentro dal momento che ogni cosa ci tocca, è tutto dentro perché è tutto fuori; siamo tutti dentro questo luogo di distruzione, si corre sopra le macerie senza aver nessuna voglia di costruire. Un filosofo scriveva che lo spazio è un orribile fuori-dentro, nel film è tutto fuori di sé, quindi fra sé, per dissolvere la dimensione di soggetto e costruire un’apertura nello spazio che si crea tra le persone, quando si sfiorano, forse l’unico momento di condivisione, il passaggio fuori di noi, questo fuori, il suo suono, ci dà la dimensione dello spazio.

Se in Je suis Simone era ancora possibile l’illusione del tempo, sia attraverso la narrata condizione operaia che attraverso le immagini dello spazio/fabbrica, “imposto” dal frastuono dei cantieri “recuperanti” i vecchi fabbricati come evocato dalle desuete macchine dell’industria pesante, Piano sul pianeta è un film puramente spaziale e per di più questo spazio è chiuso, costrittivo. Non c’è neanche l’elemento consolatorio a cui il tempo, attraverso il passato e il futuro, consente l’appiglio. C’è davvero da “impazzire” per il dolore…

Je suis Simone e Piano sul Pianeta sono inevitabilmente due film a specchio per il ‘900 e per l’oggi. Mentre JsS lavorava su un piano ottico, su un confine netto, per “aprire” lo spazio, le sue stratigrafie, con il testo-tempo di S. Weil, in Piano sul Pianeta non c’è un confine netto e questo grazie ad una spazialità interna, con parole altisonanti potremmo sintetizzare “spazializzazione del piano”, un’estensione creata dalla luce e dal suono. Tutto si dissolve nello spazio, non c’è un limite cornice ma un limite dinamico, uno spazio confinato, destrutturato e sospeso nel tempo, ecco la fantascienza archeologica. Per far questo ho pensato di lavorare anche sulle polarità per aprire il panorama chiuso. Ordinare la materia su polarità, attraverso una controeffettuazione continua tra gli elementi in una polifonia senza forma, su tutte, quella di luce e notte. Non c’è uno sguardo su uno spazio, il manicomio, ma una presenza nello spazio. Per questo mi piace dire che è un film che respira e si respira alla vita, all’esserci, respirarla nelle sue durate. Penso che c’è da “impazzire” anche per quanto sia ferocemente ironico con i luoghi comuni del cinema.

Hai scritto che il film è un “documento sullo strabismo”, al di là dell’assonanza ti chiedo quanto c’è di “straubismo”, ovvero qual è il rapporto tra il vostro cinema e quello di Straub.

Cosa dire…solo che sono contento e fortunato di potermi confrontare con uno dei cineasti più grandi, che ha raggiunto vette importanti e fondamentali nel cinema, mi ha insegnato che si può e si deve tentare di volare in alto come uccelli comuni.

Andando ad un altro concetto di spazio (se avessimo quello per raccontare come il film è stato prodotto girato e sarà distribuito molti penserebbero alla fantascienza) che agibilità e prospettive dai al tuo lavoro all’interno del piccolo carcere che è il cinema in Italia?

La cosa bella di questi film, nonostante l’immane sforzo e fatica, è proprio la costruzione comune. Questi film mettono in relazione. Per esempio, il film è stato prodotto da Marcello Fagiani, un ricercatore, filosofo, operatore, che lavora lì dentro e che ha costruito con Lucio della Luna quella forza che si vede nel film. Senza questo incontro, le nostre passeggiate nel parco, il film non sarebbe mai risultato così.

Per il cinema è sempre la solita storia, la solita gabbia, ma io mi sento fortunato di riuscire a fare questi film così liberi. Non credo ai film per le masse o per il pubblico, lì si è schiavi dei clichè, del prodotto. Allora si è prigionieri e il cinema in quel caso serve a dominare non ad aprire relazioni. E’ il dominio del bel prodotto, già Renoir lo diceva, ma senza trasparenza non si può vedere ma si può solo restare intrappolati. Anche per questo ho deciso di girare in hd, rendendo porosa la sua definizione, mostrando le tracce di cui si compone quell’immagine.

Il mio lavoro nel cinema italiano è inagibile perché è tutto fuori, ma per ora va bene così, sono contento di quello che questi film riescono, malgrado tutto, a smuovere. Ma sono necessari anche quei film di deflagrazione interna, non esisterebbero l’uno senza l’altro, hanno la stessa importanza per indebolire l’idea del film metaforico, retorico.

Fulvio Baglivi / Alias (Il Manifesto)

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